mercoledì 30 luglio 2008
PALLAFATU ATLETICO CORMANO 1-2
Savio. Di nuovo il migliore in campo, di nuovo beffato da un gol casuale. Questa volta il miracolo sul rigore non gli riesce, ma evita un passivo più pesante, bloccando anche avversari in solitudine quando il fuorigioco non funzionava o non veniva fischiato. Zoff-side.
Pippo. Buona tenuta fisica, partita senza sbavature ma sporcata, a quanto pare, dallerrore di posizione che tiene in gioco gli avversari sul primo gol. Ma, come lui stesso precisa, finire la partita senza collassi è già un grande risultato. Chi saccontenta gode.
Charlie. Cede lo scettro del comando a Savio e si limita a svolgere con diligenza il suo lavoro di libero e controvoglia quello di battitore di calci piazzati. Sottotraccia.
Paolo. Finalmente riacquista la proverbiale pacatezza. E uno dei tre (insieme a Dino e Pippo) a finire sotto accusa sul primo gol (peraltro una orrenda botta di culo, non dimentichiamolo), ma la sua partita è nel complesso buona, anche se continuo a preferirlo in altri ruoli. Paolo il freddo.
Claudio. Comincia da terzino sinistro, poi passa a centrocampo dove non gioca malaccio, ma certo non bene come fa da stopper. Uno scambio di ruolo con Paolo sarebbe stato molto opportuno. Finisce in attacco dove cerca gloria ma trova solo lamarezza della palla del 2-2 sparata al lato. Questa difesa aspietta te.
Alvaro. Con un tocco da opportunista firma il gol che riaccende la speranza sul finale. Visto che le due squadre si presentano con maglie uguali, gliene viene data una del Barcellona: lui la indossa rovesciata ma ironia della sorte ne viene fuori un bianco-Real Madrid. Cavoli a Merengues.
Ciobo. Fisicamente è fuori forma, ma la lingua lha tenuta in allenamento polemizzando nientemeno che con Emilio Fede. Soffre di una strana menomazione, che gli impedisce di marcare gli avversari ma scompare miracolosamente quando si tratta di tirare (alto) dopo insistite galoppate e rivendicare la sua candidatura sulle punizioni dal limite. Effetto collaterale: una forma di orticaria che si manifesta quando Dino si avvicina troppo. Psicosomatico.
Dino. E lemblema della squadra in questo momento del campionato: acciaccato, impiegato un po dove capita, volenteroso ma obnubilato. Avatar.
Il Capitone. Per fedeltà alla squadra, risponde alla convocazione anche il giorno dellanniversario di matrimonio. Dopo averlo visto giocare, i compagni concludono che con una cenetta a lume di candela avrebbe fatto meno danni. Nel finale ravviva la sua partita impalpabile causando in due minuti prima il rigore dello 0-2 e poi, con una specie di assist, il gol dell1-2. Luna di fiele.
Alessandro. Ha classe e lotta, anche se non riesce a trovare né la posizione né lintesa con Arturo. Ma da uno che prende ripetizioni di fisica da Dino cosa si può pretendere? CEPU-Del Piero.
Arturo. Il consueto lavoro sporco allinseguimento di palloni sparati a pallafatù dalle retrovie questa volta non produce risultati se non sul referto dellarbitro grazie alla solita pantomima dei compagni. Gol di rapina.
Sceriffo. Viene per fare il guardalinee, e tutti gliene siamo grati. Ma dopo la botta di sfiga del primo gol tutti iniziano a guardarlo in cagnesco e a prodursi in pratiche apotropaiche. Mascotte.
Sua Santità. La vita a volte sa essere più stronza di un centrocampista della Volante Rossa, il destino più baro di un arbitro del campionato Acli. Ma il Fondatore non è tipo da farsi smontare. Roccia.
Pippo. Buona tenuta fisica, partita senza sbavature ma sporcata, a quanto pare, dallerrore di posizione che tiene in gioco gli avversari sul primo gol. Ma, come lui stesso precisa, finire la partita senza collassi è già un grande risultato. Chi saccontenta gode.
Charlie. Cede lo scettro del comando a Savio e si limita a svolgere con diligenza il suo lavoro di libero e controvoglia quello di battitore di calci piazzati. Sottotraccia.
Paolo. Finalmente riacquista la proverbiale pacatezza. E uno dei tre (insieme a Dino e Pippo) a finire sotto accusa sul primo gol (peraltro una orrenda botta di culo, non dimentichiamolo), ma la sua partita è nel complesso buona, anche se continuo a preferirlo in altri ruoli. Paolo il freddo.
Claudio. Comincia da terzino sinistro, poi passa a centrocampo dove non gioca malaccio, ma certo non bene come fa da stopper. Uno scambio di ruolo con Paolo sarebbe stato molto opportuno. Finisce in attacco dove cerca gloria ma trova solo lamarezza della palla del 2-2 sparata al lato. Questa difesa aspietta te.
Alvaro. Con un tocco da opportunista firma il gol che riaccende la speranza sul finale. Visto che le due squadre si presentano con maglie uguali, gliene viene data una del Barcellona: lui la indossa rovesciata ma ironia della sorte ne viene fuori un bianco-Real Madrid. Cavoli a Merengues.
Ciobo. Fisicamente è fuori forma, ma la lingua lha tenuta in allenamento polemizzando nientemeno che con Emilio Fede. Soffre di una strana menomazione, che gli impedisce di marcare gli avversari ma scompare miracolosamente quando si tratta di tirare (alto) dopo insistite galoppate e rivendicare la sua candidatura sulle punizioni dal limite. Effetto collaterale: una forma di orticaria che si manifesta quando Dino si avvicina troppo. Psicosomatico.
Dino. E lemblema della squadra in questo momento del campionato: acciaccato, impiegato un po dove capita, volenteroso ma obnubilato. Avatar.
Il Capitone. Per fedeltà alla squadra, risponde alla convocazione anche il giorno dellanniversario di matrimonio. Dopo averlo visto giocare, i compagni concludono che con una cenetta a lume di candela avrebbe fatto meno danni. Nel finale ravviva la sua partita impalpabile causando in due minuti prima il rigore dello 0-2 e poi, con una specie di assist, il gol dell1-2. Luna di fiele.
Alessandro. Ha classe e lotta, anche se non riesce a trovare né la posizione né lintesa con Arturo. Ma da uno che prende ripetizioni di fisica da Dino cosa si può pretendere? CEPU-Del Piero.
Arturo. Il consueto lavoro sporco allinseguimento di palloni sparati a pallafatù dalle retrovie questa volta non produce risultati se non sul referto dellarbitro grazie alla solita pantomima dei compagni. Gol di rapina.
Sceriffo. Viene per fare il guardalinee, e tutti gliene siamo grati. Ma dopo la botta di sfiga del primo gol tutti iniziano a guardarlo in cagnesco e a prodursi in pratiche apotropaiche. Mascotte.
Sua Santità. La vita a volte sa essere più stronza di un centrocampista della Volante Rossa, il destino più baro di un arbitro del campionato Acli. Ma il Fondatore non è tipo da farsi smontare. Roccia.
INVISIBLE MADS PALLAFATU 2-1
Savio. Sacrifica alla causa della Pallafatù un ginocchio malandato e lennesima mutanda. La deviazione con la punta delle dita sul sinistro a rientrare del 7 è da antologia; il solito rigore parato è stupefacente. E dopo tutto questo si deve anche ritrovare con una sconfitta sul groppone, colpa anche di uno spiovente sbagliato che si infila sotto la traversa? Vincitore morale.
Charlie. La difesa vacilla, barcolla, ma non molla, almeno fino alla debacle degli ultimi minuti. Per dirla in termini tecnici, là dietro non si è capito un cazzo. Colpa del libero? Non si è capito neanche questo. Amaro del Capo.
Pippo. La lettura del sacro testo lo ispira fino a fargli giocare una delle sue migliori partite: reattivo, propositivo e quasi mai cattivo. Zabov.
Claudio. Non si fa espellere, e questa è già una notizia. Contribuisce da par suo alleroica resistenza fina alla capitolazione finale con grande solidità, ma senza riuscire neanche lui a raccapezzarsi e a garantire la necessaria lucidità. Greco di Tufo.
Germano. Gioca stoicamente contro frotte di avversari, la sua caviglia e una tattica del fuorigioco che, se funziona quasi sempre, strema la linea difensiva più di quella dattacco della Invisible mads. Il rigore causato è una macchia, ma non è un caso che la sconfitta arrivi quando lui esce per infortunio. Passito.
Il Capitone. E in affanno come tutta la difesa, ma il suo lo fa. La sua condizione fisica è in media con quella della squadra, il che può essere un complimento per lui ma non certo per la squadra. A tutto crampo.
Alberto. E uno dei tanti acciaccati della Pallafatù in versione Peschiera Borromeo, una squadra che più che nella savana del Borsellino avrebbe dovuto presentarsi in massa alla Croce Rossa, proprio lì di fronte. Il momento in cui lo si nota di più è quando impiega due minuti e mezzo per andarsi ad accomodare in panchina. La squalifica, che determinerà la sua prima assenza in tutto il campionato, gli servirà per rifiatare. Invisible mad.
Giovanni. Solita saggezza con la palla fra i piedi ma poco filtro e scarso senso della posizione. Montolivo.
Dino. Ormai si trova meglio in fascia che da centrale. Lotta parecchio (vedi anche ammonizione) ma non riesce a fare reparto con Giovanni e alla fine il centrocampo è una terra di nessuno (anzi, degli Invisible mads). Dammi un Crodino.
Paolo. Nervoso, a centrocampo lotta e sbaglia. Richiamato in difesa, spazza con autorità, ma è destino che faccia danni: dopo i due rigori contro il Salvador, in entrambi i gol avversari ci sono sue responsabilità: sul primo si fa scavalcare dal pallone, sul secondo determina la punizione fatale con un fallo evitabile. Fossi stato nel Taurisano, quei sette milioni li avrei spesi per una Ritmo di seconda mano. Supervalutato.
Arturo. Nonostante lo stiramento riesce a capitalizzare una delle poche occasioni capitate nel primo tempo. Nel secondo soffre di profonda solitudine. Stira e ammira.
Alvaro. Che il suo non sia un infortunio diplomatico lo si capisce nei pochi minuti in cui gioca. Soprattutto nel finale, la sua incapacità di battersi pesa in negativo su una squadra già in ginocchio. Castiglia di Valium.
Il Mister. Dopo questo inopinato stop si prende una pausa di riflessione andando nella sua terra avita. Magari tornerà a Milano pronto per riprendersi il suo posto da centrocampista brevilineo e dinamico. Gargano.
Charlie. La difesa vacilla, barcolla, ma non molla, almeno fino alla debacle degli ultimi minuti. Per dirla in termini tecnici, là dietro non si è capito un cazzo. Colpa del libero? Non si è capito neanche questo. Amaro del Capo.
Pippo. La lettura del sacro testo lo ispira fino a fargli giocare una delle sue migliori partite: reattivo, propositivo e quasi mai cattivo. Zabov.
Claudio. Non si fa espellere, e questa è già una notizia. Contribuisce da par suo alleroica resistenza fina alla capitolazione finale con grande solidità, ma senza riuscire neanche lui a raccapezzarsi e a garantire la necessaria lucidità. Greco di Tufo.
Germano. Gioca stoicamente contro frotte di avversari, la sua caviglia e una tattica del fuorigioco che, se funziona quasi sempre, strema la linea difensiva più di quella dattacco della Invisible mads. Il rigore causato è una macchia, ma non è un caso che la sconfitta arrivi quando lui esce per infortunio. Passito.
Il Capitone. E in affanno come tutta la difesa, ma il suo lo fa. La sua condizione fisica è in media con quella della squadra, il che può essere un complimento per lui ma non certo per la squadra. A tutto crampo.
Alberto. E uno dei tanti acciaccati della Pallafatù in versione Peschiera Borromeo, una squadra che più che nella savana del Borsellino avrebbe dovuto presentarsi in massa alla Croce Rossa, proprio lì di fronte. Il momento in cui lo si nota di più è quando impiega due minuti e mezzo per andarsi ad accomodare in panchina. La squalifica, che determinerà la sua prima assenza in tutto il campionato, gli servirà per rifiatare. Invisible mad.
Giovanni. Solita saggezza con la palla fra i piedi ma poco filtro e scarso senso della posizione. Montolivo.
Dino. Ormai si trova meglio in fascia che da centrale. Lotta parecchio (vedi anche ammonizione) ma non riesce a fare reparto con Giovanni e alla fine il centrocampo è una terra di nessuno (anzi, degli Invisible mads). Dammi un Crodino.
Paolo. Nervoso, a centrocampo lotta e sbaglia. Richiamato in difesa, spazza con autorità, ma è destino che faccia danni: dopo i due rigori contro il Salvador, in entrambi i gol avversari ci sono sue responsabilità: sul primo si fa scavalcare dal pallone, sul secondo determina la punizione fatale con un fallo evitabile. Fossi stato nel Taurisano, quei sette milioni li avrei spesi per una Ritmo di seconda mano. Supervalutato.
Arturo. Nonostante lo stiramento riesce a capitalizzare una delle poche occasioni capitate nel primo tempo. Nel secondo soffre di profonda solitudine. Stira e ammira.
Alvaro. Che il suo non sia un infortunio diplomatico lo si capisce nei pochi minuti in cui gioca. Soprattutto nel finale, la sua incapacità di battersi pesa in negativo su una squadra già in ginocchio. Castiglia di Valium.
Il Mister. Dopo questo inopinato stop si prende una pausa di riflessione andando nella sua terra avita. Magari tornerà a Milano pronto per riprendersi il suo posto da centrocampista brevilineo e dinamico. Gargano.
lunedì 28 aprile 2008
PALLAFATU’ – MONDIAL ASSISTANCE 7-1
Savio. Una sua respinta difettosa su punizione determina il gol della bandiera degli avversari. Ma non è mica da questi particolari che si giudica un portiere: un portiere lo vedi da come smanaccia un pericoloso pallonetto un centimetro sotto la traversa e, soprattutto, da come cade a terra infortunato subito dopo aver fatto una cazzata. Leva calcistica della classe ’68.
Gianluca. Gli avversari sono in nove e lui dietro la difesa si sente tanto solo. Così spesso avanza, ma come, quando e perché non lo capisce nessuno. Calcio totale.
Charlie. Mancino schierato a destra, viene accusato di accentrare il gioco invece di servire Alberto in fascia. Avrà i suoi buoni motivi, ma non si capisce perché, per una volta che si trova dal lato giusto, non batte i corner lasciandoli invece tirare, male, a Pablo. Angùlo.
Pablo. Ci deve essere una maledizione che grava (anzi Grava) sui terzini destri, costringendoli a fare almeno un controfallo a partita: iniziò Giovanni Marri, poi Pietro Soprano e Pippo, ora paga dazio anche il superstite della legione spagnola. Dei calci d’angolo si è già detto, ma per il resto gioca una gara tosta e dinamica. Camacho.
Germano. Lo stile accademico (ritmi compassati, gioco arioso, fare sempre la cosa giusta senza fretta) non gli si addice, così sbaglia alcuni rilanci. Purtroppo per lui quando la partita rientra nei consueti (e a lui più congeniali) binari di gazzarra e psicodramma, deve uscire per il riacutizzarsi dell’infortunio. Convalescente evanescente.
Il Capitone. Il “leggero” vantaggio della doppia superiorità numerica gli permette di partecipare più del solito alla manovra e di recuperare un po’ di palle vaganti. Sbaglia un fuorigioco (due per l’arbitro) ma nel complesso appare pimpante. Scongelato.
Alberto O.. Il fatto di avere la testa altrove, probabilmente in via Feltre, non gli impedisce di segnare un gol, con grinta e un po’ di egoismo. Cogito ego sum.
Giovanni. La fascia tergisudore di Luca Toni gli propizia la doppietta. Ma lui è soprattutto un geometra di centrocampo. Gabriele simpatico.
Cristian. Interessante la formula di job sharing con cui lui e Pippo aderiscono alla squadra: un solo contratto, due giocatori che si alternano. Quando è squalificato uno gioca l’altro, e viceversa. Probabilmente non si sono mai visti in faccia. Ora e sempre pezzo di merda.
Dino. Sblocca il risultato segnando il gol della vita: si appallottola come uno stercorario e si lancia su un cross teso di Arturo, trovando la coordinazione per il piattone vincente. Nel secondo tempo cala perché distratto e ingelosito da un tizio che parla con la sua donna in tribuna. Million dollars Otello.
Arturo. Un’altra doppietta in scioltezza e una gamba destra che, fra squarci e bozzi, vive ormai di vita propria. Sembra intenzionato a curarsi con i metodi empirici suggeriti da Dino in spogliatoio. Mutante.
Marco-Il Mister. A secondo tempo iniziato da poco uno strano silenzio proviene dalla panchina. I ragazzi pensano: ok, l’hanno espulso come al solito. Ma in realtà è entrato in campo, dove riesce a farsi ammonire e segna persino un gol: una terrificante cannonata che il portiere non può proprio trattenere (più o meno). Gastro nascente
Gianluca. Gli avversari sono in nove e lui dietro la difesa si sente tanto solo. Così spesso avanza, ma come, quando e perché non lo capisce nessuno. Calcio totale.
Charlie. Mancino schierato a destra, viene accusato di accentrare il gioco invece di servire Alberto in fascia. Avrà i suoi buoni motivi, ma non si capisce perché, per una volta che si trova dal lato giusto, non batte i corner lasciandoli invece tirare, male, a Pablo. Angùlo.
Pablo. Ci deve essere una maledizione che grava (anzi Grava) sui terzini destri, costringendoli a fare almeno un controfallo a partita: iniziò Giovanni Marri, poi Pietro Soprano e Pippo, ora paga dazio anche il superstite della legione spagnola. Dei calci d’angolo si è già detto, ma per il resto gioca una gara tosta e dinamica. Camacho.
Germano. Lo stile accademico (ritmi compassati, gioco arioso, fare sempre la cosa giusta senza fretta) non gli si addice, così sbaglia alcuni rilanci. Purtroppo per lui quando la partita rientra nei consueti (e a lui più congeniali) binari di gazzarra e psicodramma, deve uscire per il riacutizzarsi dell’infortunio. Convalescente evanescente.
Il Capitone. Il “leggero” vantaggio della doppia superiorità numerica gli permette di partecipare più del solito alla manovra e di recuperare un po’ di palle vaganti. Sbaglia un fuorigioco (due per l’arbitro) ma nel complesso appare pimpante. Scongelato.
Alberto O.. Il fatto di avere la testa altrove, probabilmente in via Feltre, non gli impedisce di segnare un gol, con grinta e un po’ di egoismo. Cogito ego sum.
Giovanni. La fascia tergisudore di Luca Toni gli propizia la doppietta. Ma lui è soprattutto un geometra di centrocampo. Gabriele simpatico.
Cristian. Interessante la formula di job sharing con cui lui e Pippo aderiscono alla squadra: un solo contratto, due giocatori che si alternano. Quando è squalificato uno gioca l’altro, e viceversa. Probabilmente non si sono mai visti in faccia. Ora e sempre pezzo di merda.
Dino. Sblocca il risultato segnando il gol della vita: si appallottola come uno stercorario e si lancia su un cross teso di Arturo, trovando la coordinazione per il piattone vincente. Nel secondo tempo cala perché distratto e ingelosito da un tizio che parla con la sua donna in tribuna. Million dollars Otello.
Arturo. Un’altra doppietta in scioltezza e una gamba destra che, fra squarci e bozzi, vive ormai di vita propria. Sembra intenzionato a curarsi con i metodi empirici suggeriti da Dino in spogliatoio. Mutante.
Marco-Il Mister. A secondo tempo iniziato da poco uno strano silenzio proviene dalla panchina. I ragazzi pensano: ok, l’hanno espulso come al solito. Ma in realtà è entrato in campo, dove riesce a farsi ammonire e segna persino un gol: una terrificante cannonata che il portiere non può proprio trattenere (più o meno). Gastro nascente
EL SALVADOR – PALLAFATU’ 4-1
Savio. Il fatto che il portiere sia il migliore in campo avendo preso quattro gol la dice lunga un po’ su tutto. Una bella uscita bassa, sul primo gol è forse un po’ in ritardo, ha un riflesso alla Frey sul rigore. Tutto inutile ai fini del risultato, ma non dell’onore. MaterAsso.
Paolo. Causa emergenza viene schierato in difesa, dove gioca pure bene, soprattutto nel primo tempo, dove ha il suo peso nella prestazione difensiva pressoché perfetta. Nel secondo tempo determina ben due rigori, entrambi veniali, e su cui un arbitro normale avrebbe probabilmente sorvolato. Un arbitro normale, appunto… Non viene espulso solo perché il suo umorismo – più vicino alla Manica che allo Stretto - è troppo sottile per l’invertebrata e patetica giacchetta nera. Calabro-sassone.
Claudio. Con certi arbitraggi l’espulsione è una medaglia. Certo, fosse stato un portiere avrebbe rimediato solo il giallo… Non ha la grazia di un dipinto di Tiziano ma la sua difesa è di Ferro. Rosso positivo.
Gianluca. Si perfeziona nello schema preferito delle squadre avversarie: “pettinata” del pallone all’indietro per un attaccante in fuorigioco non segnalato. Questa volta la sua vis polemica ha un solo bersaglio: il pusillanime subumano arbitro. Gliene dice di tutti i colori (sempre troppo poche, l’ho detto già la volta scorsa ma stavolta è ancora più vero…) ma lui non fa una piega: che siano parenti? ROCCOmandato.
Charlie. Nell’intervallo cerca di mimare all’arbitro alcune situazioni di gioco, ma il complessato microcefalo si sposta e si schermisce manco avesse di fronte un sicario della Ndrangheta. In realtà il capitano è l’unico a mantenere un atteggiamento educato e rispettoso, non si sa se per convinzione o anticonformismo, attirandosi le critiche dei compagni. Infausto Leale.
Pippo. Punta deciso all’espulsione con squalifica, forse per poter leggere con più tranquillità la copia di Pallafatù acquistata coi soldi di Oliva. Nella gazzarra che segue il tentativo di omicidio di Arturo pronuncia frasi in vernacolo foggiano che erano state dette l’ultima volta da Ruggiero Rizzitelli in occasione del famoso palo a Mosca. Frengo e stop.
Alberto O.. E’ uno di quelli più sollecitati dall’inferiorità numerica (anche quella iniziale, intendo), perché deve presidiare il centrocampo e al contempo aiutare Arturo in attacco. Questa volta le sue punizioni sono a salve. Onesto.
Dino. L’astro nascente dell’insegnamento italiano si ripropone in un ruolo che tante soddisfazioni gli aveva già regalato in passato: il guardalinee supplente. Questa volta però non viene espulso. Water Prof.
Il Capitone. Quando nel primo tempo rifila un fallo inutile e abbastanza cattivo su un avversario i compagni si chiedono che gli è preso. Ora lo sappiamo: si stava solo portando a casa con il lavoro in vista del secondo tempo. Veggente.
Arturo. Prende più falli lui in una partita che Moana Pozzi in tutta la sua carriera. La sua zona coscia-ginocchio viene scambiata per il Camino de Santiago dal religiosissimo portiere salvadoregno. L’amputazione della gamba non gli impedisce di trasformare il rigore. Enrico Totti.
Il Mister. Il suo impatto sulla squadra viene messo in dubbio dalla ottima prestazione tattico-disciplinare della squadra prima del suo arrivo. Ma quando corre in campo con tutta la bandierina a partecipare alla simpatica feijoada Italia-Salvador, rimediando anche lui l’espulsione, si capisce che la Pallafatù non può avere altro allenatore all’infuori di lui. Uno di noi.
Paolo. Causa emergenza viene schierato in difesa, dove gioca pure bene, soprattutto nel primo tempo, dove ha il suo peso nella prestazione difensiva pressoché perfetta. Nel secondo tempo determina ben due rigori, entrambi veniali, e su cui un arbitro normale avrebbe probabilmente sorvolato. Un arbitro normale, appunto… Non viene espulso solo perché il suo umorismo – più vicino alla Manica che allo Stretto - è troppo sottile per l’invertebrata e patetica giacchetta nera. Calabro-sassone.
Claudio. Con certi arbitraggi l’espulsione è una medaglia. Certo, fosse stato un portiere avrebbe rimediato solo il giallo… Non ha la grazia di un dipinto di Tiziano ma la sua difesa è di Ferro. Rosso positivo.
Gianluca. Si perfeziona nello schema preferito delle squadre avversarie: “pettinata” del pallone all’indietro per un attaccante in fuorigioco non segnalato. Questa volta la sua vis polemica ha un solo bersaglio: il pusillanime subumano arbitro. Gliene dice di tutti i colori (sempre troppo poche, l’ho detto già la volta scorsa ma stavolta è ancora più vero…) ma lui non fa una piega: che siano parenti? ROCCOmandato.
Charlie. Nell’intervallo cerca di mimare all’arbitro alcune situazioni di gioco, ma il complessato microcefalo si sposta e si schermisce manco avesse di fronte un sicario della Ndrangheta. In realtà il capitano è l’unico a mantenere un atteggiamento educato e rispettoso, non si sa se per convinzione o anticonformismo, attirandosi le critiche dei compagni. Infausto Leale.
Pippo. Punta deciso all’espulsione con squalifica, forse per poter leggere con più tranquillità la copia di Pallafatù acquistata coi soldi di Oliva. Nella gazzarra che segue il tentativo di omicidio di Arturo pronuncia frasi in vernacolo foggiano che erano state dette l’ultima volta da Ruggiero Rizzitelli in occasione del famoso palo a Mosca. Frengo e stop.
Alberto O.. E’ uno di quelli più sollecitati dall’inferiorità numerica (anche quella iniziale, intendo), perché deve presidiare il centrocampo e al contempo aiutare Arturo in attacco. Questa volta le sue punizioni sono a salve. Onesto.
Dino. L’astro nascente dell’insegnamento italiano si ripropone in un ruolo che tante soddisfazioni gli aveva già regalato in passato: il guardalinee supplente. Questa volta però non viene espulso. Water Prof.
Il Capitone. Quando nel primo tempo rifila un fallo inutile e abbastanza cattivo su un avversario i compagni si chiedono che gli è preso. Ora lo sappiamo: si stava solo portando a casa con il lavoro in vista del secondo tempo. Veggente.
Arturo. Prende più falli lui in una partita che Moana Pozzi in tutta la sua carriera. La sua zona coscia-ginocchio viene scambiata per il Camino de Santiago dal religiosissimo portiere salvadoregno. L’amputazione della gamba non gli impedisce di trasformare il rigore. Enrico Totti.
Il Mister. Il suo impatto sulla squadra viene messo in dubbio dalla ottima prestazione tattico-disciplinare della squadra prima del suo arrivo. Ma quando corre in campo con tutta la bandierina a partecipare alla simpatica feijoada Italia-Salvador, rimediando anche lui l’espulsione, si capisce che la Pallafatù non può avere altro allenatore all’infuori di lui. Uno di noi.
PALLAFATU’ – REAL TAD 1-1
Savio. Misteriosamente incazzato col mondo, si immola per evitare il 2-0 e viene graziato dall’arbitro. A un minuto dalla fine guarda immobile un pallone uscire di un millimetro, non si sa se perché ha male a un ginocchio o perché l’ha battezzato fuori. Ginocchio di lince.
Germano. La sua principale preoccupazione è procurarsi il maggior numero di piaghe sanguinolente da esibire come stimmate. Non dimentichiamo che il suo soprannome è Santosubito. Pietralcina.
Pablo alto. Roccioso, poderoso nel lancio, non avanza per sfruttare il colpo di testa. Pablo ‘e fierro.
Gaetano. Gigioneggia con sicurezza in difesa. Fin quando non farà qualche danno, bravo. Tano Bada ai lamenti.
Gianluca. Diffidato dal prendersela coi compagni, recriminare abbondantemente (ma mai abbastanza) con l’arbitro non gli basta, così riversa il suo spirito critico su se stesso, chiedendo di essere sostituito perché non serve a niente. Autocensura.
Charlie. Ordinato, niente di più. Scorreggio Calabria.
Alvaro. Ha scatto e un dribbling secco che gli permette di accentrarsi, ma poi non conclude perché è tutto destro. Generalisimo Franco.
Giovanni. Si distingue più che altro per la fascia della Fiorentina. Liverani bianco.
Dino. La sua polemica sui troppi convocati è in realtà un atto di altruismo verso il Capitone, che si trova a dover fare pagelle interminabili. Minimalista.
Pablo medio. Divora un gol a un millimetro dalla porta. Manicomio criminale.
Arturo. Sulla sua prestazione ci sono varie scuole di pensiero: 1) stanco di segnare sempre, cerca nuove emozioni sbagliando gol nei modi più spettacolari; 2) aveva esagerato con le Dreher (pronuncia: Dregher) alla sagra della Municeddha; 3) aveva ceduto al tentativo di corruzione di Tazenda, Attolini e Tondo che gli offrivano in dote le rispettive sorelle. Fuori dalla RealTAD.
Alberto. Col primo tiro solleva il pelo, col secondo glielo infila nel culo, sfondando per giunta la rete. Gillette G II.
Cristian. Per avere un’idea della sua prestazione basta dare un’occhiata allo stato dei fari del suo taxi. A corrente alternata.
Pablo basso. Tifoso del Real, ricopre con dignità il ruolo che fu di Panucci. Non si capisce se gioca nella Pallafatù perché si chiama Pablo o se si fa chiamare Pablo pur di giocare nella Pallafatù. Pablofatù.
Ciobo. In panchina mina la serenità (?) della squadra, in campo piazza due scatti da tapis roulant (corre ma sembra sempre sul posto). La pantomima con Attolini è quasi in grado di offuscare vecchi exploit come “Dieci, perché fai così?!”. Il ritorno del cazzaro nero.
Pippo. Avendo avuto in passato dei problemi con le rimesse laterali, vi si esercita anche quando non è necessario. Insostituibile.
Il Capitone. Ha lasciato i polmoni a Taranto, e ha la testa già alle pagelle. Giudice ingiudicabile.
Il Mister. Incazzandosi con Dino, finisce per dargli implicitamente ragione: si stava tanto bene in panchina da soli, senza cinque rompicoglioni che ti dicono cosa fare... Accerchiato.
Sceriffo e Tazenda. Con chioma fluente e bandierina in mano, remano entrambi contro la Pallafatù (il primo involontariamente per le note doti jettatorie, il secondo scientemente e stronzamente, salvo poi fare l’amicone nello spogliatoio). Sorelle Bandiera.
Attolini. Spolverino in amianto, berretto gessato, anfibi usati da Mosley durante una nazi-orgia. Ci si chiede: va in giro sempre combinato così o si è vestito così sapendo di essere pagellato? In campo conferma le doti istrioniche da consumato guitto suggerite dall’abbigliamento, ma sotto sotto sa che quest’anno ha puntato sulla squadra sbagliata, non foss’altro che per questioni di look: vuoi mettere quel banale bianco-azzurro con la trendyssima maglia nera e mutanda gialla? Fashion victim.
Germano. La sua principale preoccupazione è procurarsi il maggior numero di piaghe sanguinolente da esibire come stimmate. Non dimentichiamo che il suo soprannome è Santosubito. Pietralcina.
Pablo alto. Roccioso, poderoso nel lancio, non avanza per sfruttare il colpo di testa. Pablo ‘e fierro.
Gaetano. Gigioneggia con sicurezza in difesa. Fin quando non farà qualche danno, bravo. Tano Bada ai lamenti.
Gianluca. Diffidato dal prendersela coi compagni, recriminare abbondantemente (ma mai abbastanza) con l’arbitro non gli basta, così riversa il suo spirito critico su se stesso, chiedendo di essere sostituito perché non serve a niente. Autocensura.
Charlie. Ordinato, niente di più. Scorreggio Calabria.
Alvaro. Ha scatto e un dribbling secco che gli permette di accentrarsi, ma poi non conclude perché è tutto destro. Generalisimo Franco.
Giovanni. Si distingue più che altro per la fascia della Fiorentina. Liverani bianco.
Dino. La sua polemica sui troppi convocati è in realtà un atto di altruismo verso il Capitone, che si trova a dover fare pagelle interminabili. Minimalista.
Pablo medio. Divora un gol a un millimetro dalla porta. Manicomio criminale.
Arturo. Sulla sua prestazione ci sono varie scuole di pensiero: 1) stanco di segnare sempre, cerca nuove emozioni sbagliando gol nei modi più spettacolari; 2) aveva esagerato con le Dreher (pronuncia: Dregher) alla sagra della Municeddha; 3) aveva ceduto al tentativo di corruzione di Tazenda, Attolini e Tondo che gli offrivano in dote le rispettive sorelle. Fuori dalla RealTAD.
Alberto. Col primo tiro solleva il pelo, col secondo glielo infila nel culo, sfondando per giunta la rete. Gillette G II.
Cristian. Per avere un’idea della sua prestazione basta dare un’occhiata allo stato dei fari del suo taxi. A corrente alternata.
Pablo basso. Tifoso del Real, ricopre con dignità il ruolo che fu di Panucci. Non si capisce se gioca nella Pallafatù perché si chiama Pablo o se si fa chiamare Pablo pur di giocare nella Pallafatù. Pablofatù.
Ciobo. In panchina mina la serenità (?) della squadra, in campo piazza due scatti da tapis roulant (corre ma sembra sempre sul posto). La pantomima con Attolini è quasi in grado di offuscare vecchi exploit come “Dieci, perché fai così?!”. Il ritorno del cazzaro nero.
Pippo. Avendo avuto in passato dei problemi con le rimesse laterali, vi si esercita anche quando non è necessario. Insostituibile.
Il Capitone. Ha lasciato i polmoni a Taranto, e ha la testa già alle pagelle. Giudice ingiudicabile.
Il Mister. Incazzandosi con Dino, finisce per dargli implicitamente ragione: si stava tanto bene in panchina da soli, senza cinque rompicoglioni che ti dicono cosa fare... Accerchiato.
Sceriffo e Tazenda. Con chioma fluente e bandierina in mano, remano entrambi contro la Pallafatù (il primo involontariamente per le note doti jettatorie, il secondo scientemente e stronzamente, salvo poi fare l’amicone nello spogliatoio). Sorelle Bandiera.
Attolini. Spolverino in amianto, berretto gessato, anfibi usati da Mosley durante una nazi-orgia. Ci si chiede: va in giro sempre combinato così o si è vestito così sapendo di essere pagellato? In campo conferma le doti istrioniche da consumato guitto suggerite dall’abbigliamento, ma sotto sotto sa che quest’anno ha puntato sulla squadra sbagliata, non foss’altro che per questioni di look: vuoi mettere quel banale bianco-azzurro con la trendyssima maglia nera e mutanda gialla? Fashion victim.
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