Gli albori sono, per definizione, mitici. Nelle nebbie del passato affiora ieratica la figura del fondatore:Giovanni Marri, detto Sua Santità. Era il Marri un uomo buono, saggio, pacifico, dal fisico statuario, e soprattutto un grande esperto di calcio. A lui si deve, nell’estate 2004, la prima iscrizione di una squadra dal nome Adelante Dolmen al torneo di calcio delle associazioni dei centri sociali e delle comunità straniere. Il team prendeva il nome da una cooperativa sociale, una cooperativa cioè in cui trovavano lavoro anche dei “soggetti svantaggiati”, e vedendo la squadra in campo non c’era da dubitarne. Il torneo invece si svolgeva nel campo del Paolo Pini, l’ex ospedale psichiatrico di Milano. Anche in questo caso, vedendo la squadra in campo, non c’era da dubitarne. Il contesto fa capire anche lo spirito democratico che animava la squadra: le due parole d’ordine erano: “devono giocare tutti, anche i più scarsi” (di facile applicazione, perché erano tutti scarsi) e “giochiamo in allegria e con fair play” (mai applicata). La divisa della Adelante Dolmen era: pantaloncini blu, maglietta bianca (T-Shirt Fruit of the Loom...) con stirato in arancione lo stemma della cooperativa. Dietro la schiena, dei numeri minuscoli si vedevano appena all’interno di una pretenziosa stella arancione. Il torneo del 2004 si concluse con l’eliminazione della squadra al termine del girone di qualificazione. Ma il fatto che dopo le prime due partite disastrose se ne era giocata una “solo” orribile, fece nascere per la prima volta il proposito di iscriversi a un campionato invernale in modo da presentarsi in forma accettabile al torneo dell’anno successivo. Ma parlare è meno faticoso che correre a zero gradi su campi fangosi, così non se ne fece niente. La convinzione si rafforzò dopo il torneo del Pini 2005, quando la squadra riuscì inspiegabilmente a passare il turno per poi essere eliminata subito dopo. Anche in questo caso però prevalse la pigrizia. I giocatori più presenti in questo primo periodo pionieristico furono, oltre a Sua Santità Marri, Australian Boy ed Australian Brother, Cosciotto d’oro, Premio Fair Play e Ilic il Tibetano. C’erano poi anche Sceriffo e il Capitone, i cui soprannomi erano però ancora Lecce Homo e Pavarone. Nel 2006 a causa di gravi scazzi all’interno della Cooperativa Adelante Dolmen si decideva di cambiare nome alla squadra. Nacque così la Pallafatù, dal titolo di un libro sul calcio pubblicato a Taranto per fini benefici (http://www.teseoeditore.it/catalogo/saggistica.html). Il nome si rivelò subito azzeccato, sia perché “giocare a pallafatù” significa più o meno “giocare alla viva il parroco”, sia perché le pagine del libro parlano di un calcio ruspante, sgangherato, terroso e terrone in cui la Pallafatù F.C. si riconosce appieno. Cambia così anche la maglia, sempre fatta in casa: sulla solita T-Shirt bianca, questa volta con romantico scollo a V, è stampata una banda orizzontale rossa e blu con il nome della squadra. Si aggregano alla squadra altri elementi, destinati a diventare delle colonne negli anni a venire: Ivan-Ciobo, Dino, Niccolò-Lo straniero, Daniele-Charlie, Federico Cella, Peppe-Devoto-Olio-Tazenda. Il torneo è il solito disastro, ma finalmente si passa all’azione e ci si iscrive a un campionato invernale: la serie C by night ACLI. Viene trovato anche uno sponsor: la Palestra Forte. Così la compagine viene ribattezzata, non senza ironia, “Squadra Forte”, mentre Pallafatù diventa il nome della associazione creata per poter iscrivere la squadra. La nuova divisa, la prima professionale, è: calzettoni verdi, pantaloncini blu, maglia color diarrea con bordature verdi e blu. Ma questa splendida tenuta ha un prezzo: l’inclusione in squadra quello che ha cacciato i soldi, un po’ come se fosse il figlio di Gheddafi. Il bizzarro personaggio peraltro si toglierà dalle palle molto presto, abbandonando il campo in polemica con la mancata adozione delle sue avveniristiche tattiche di gioco. Il girone d’andata è traumatico: pochissimi punti e molti cappotti: il 10-1 rimediato in una delle prime uscite continua ancora adesso a turbare i sonni dei reduci del massacro. Ma grazie a una crescente amalgama e all’innesto di diversi nuovi elementi (Albyanguilla in porta, Cristian, Marco, Germano, Tondo, Attolini, Pileri...) e nonostante la guida tecnica dell’allenatore-giocatore Sceriffo, i risultati iniziano ad arrivare: la prima storica vittoria (2-0 in un campo piccolo, buio e fangoso in via dei Ciclamini) viene salutata con entusiasmo da finale mondiale. Alla fine la classifica non è delle migliori, ma il “cucchiaio di legno” e l’ultimo posto vengono scongiurati. Dopo una lunga e logorante stagione, comprensiva di play off, al torneo dei Pini si partecipa un po’ distrattamente. Ormai l’obiettivo stagionale è il campionato ACLI: per il 2007-2008 si partecipa alla serie B (la C è stata cancellata). La squadra torna a chiamarsi semplicemente Pallafatù, ed ha una nuova divisa: calzettoni neri, pantaloncini gialli, maglia nera con numeri gialli. La stagione si apre con un riconoscimento che ha dell’incredibile: la Forte-Pallafatù riceve il premio fair play per la stagione 2006-2007. Una inorgoglita rappresentanza del club ritira il trofeo dalle mani di Figo nel corso di una cerimonia allo stadio Meazza. Diverse le novità. Innanzitutto, una scissione: Tazenda, Tondo, Attolini e Pileri decidono di fondare una nuova squadra, cercando senza fortuna di trascinare nel loro losco progetto i giocatori più forti della Pallafatù. Il nuovo club si chiamerà Real T.A.D., e si teme che l’acronimo finale stia per le iniziali dei tre megalomani fondatori. La Real T.A.D. parte forte, ma nel “derby” contro la Pallafatù subisce una bruciante e perentoria sconfitta per 2-0. La posizione di classifica resta buona, ma la giustizia divina si manifesta sotto forma di litigi, infortuni e squalifiche. La seconda novità stagionale per la Pallafatù è il cambio di guida tecnica. Dopo aver accarezzato in estate l’ipotesi Moreno Ferrario, lo stopper del Napoli del primo scudetto, la squadra si affida a Marco, da questo momento semplicemente Il Mister, che abbandona momentaneamente il campo per un problema di salute. Infine, i nuovi acquisti: il portiere Savio (è in realtà un ritorno: aveva giocato la prima partita del campionato precedente prima di partire per la Spagna) con Albyanguilla che si trasforma in giocatore di movimento, Alberto Oliva, il centravanti Arturo e uno “stock” di spagnoli fra cui il più presente è Alvaro. Abbandonano, per vari motivi, Sua Santità (una prece), Ilic e Lo Straniero. Sceriffo e il Capitone restano gli unici testimoni della fondazione. Il campionato 2007-2008 segna un deciso salto di qualità (per i dettagli delle singole partite si vedano le pagelle riportate nel blog). I Pallafàtui continuano ad essere i soliti simpatici cialtroni attaccabrighe, ma hanno imparato anche a vincere, e soprattutto ad impegnarsi al massimo nel rispetto dei compagni di squadra. Chi non ha sposato questa filosofia ha finito per allontanarsi nel corso della stagione, in una sorta di selezione naturale che ha salvato solo le persone più motivate e animate da spirito di gruppo. Il futuro è nostro: forza Pallafatù!
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