Savio. L’esposizione prolungata al traliccio dell’alta tensione gli procura qualche scompenso: la deviazione col piede nella propria porta dopo aver bloccato un cross basso è uno sfortunato blackout; il siparietto con “Pavóne” per il posizionamento della barriera una simpatica consuetudine; l’ “andatevene tutti a fanculo” nello spogliatoio un doveroso omaggio all’emigrante materano alla fine di “Bianco, rosso e Verdone”. 220 volt mitico.
Charlie. Il suo periodo di scarsa forma viene ben simboleggiato dal primo calcio d’angolo tirato. Terra terra.
Pablo I. Guida la difesa, chiaro e svettante come il sol dell’avvenire. Poi per un “golpe” alla testa deve abbandonare. Lider Maximo.
Gianluca. Nel campo dedicato alla memoria del grande Ciobo (d’Assisi), onora lo sfortunato compagno ricoprendo di (peraltro giustissimi) improperi l’arbitro, i cui fischi sono più a senso .unico di un carrugio genovese. Onora con una prestazione gagliarda la sua seconda partita consecutiva senza infortuni (record). Guerriero di carta igienica.
Claudio Greco. Da quando è arrivato, la squadra è ancora imbattuta. Se si riuscisse a evitare qualche pareggio di troppo, nessun traguardo sarà impossibile. Uno-INPS-Due.
Germano. Nonostante le condizioni del suo piede siano simili a quelle del primo tratto della Milano-Torino, la sua fascia è chiusa agli avversari come lo svincolo di Rho. Si conferma quindi il monarca della sua difesa. ACI Reale.
Alvaro. Si posiziona come al solito sulla destra, ma stavolta la Spagna corre più a sinistra. Aznar.
Cristian. Rinuncia alla sotto-maglia dell’Inter con sponsor storico per indossarne una dell’Oratorio S. Enrico, adeguandosi così al generale clima teo-con. Il risultato è che i suoi falli sono meno cattivi del solito ma il cielo lo premia facendolo tornare al gol. S-misura-to.
Alberto O. In un campo ridotto come le corsie della Milano-Torino, in un centrocampo affollato come la camera di una Erasmus svedese al Bassini, con gli spazi chiusi come lo svincolo di Rho (lo so, l’ho già detto, ma sono ancora traumatizzato), per lui la vita è difficile. Ma alla fine riesce a disimpegnarsi con estro tutto italico. Santi, poeti e navigatori satellitari.
Pablo. La fascia sinistra spagnola che avanza. Prima un gol in mischia, poi sgroppate devastanti, col solo difetto di qualche amnesia in copertura. Adelante, sin juicio. Zapatero.
Arturo. La potenza del suo scatto è mortificata dalle dimensioni ridotte del campo: sembra una Ferrari su una pista di go kart. Ma poi nel secondo tempo timbra il cartellino anche lui. Habitué.
Nicola Cravotta. Sopporta tutto con pazienza biblica: strade interrotte, infortunio alla caviglia, nome storpiato. Giobbe Crovatta.
Paolo. In quella specie di cella obitoriale che è la panchina, rivela di essersi seduto in altri tempi su ben altra panca, quella dello “Iacovone” di Taranto. Era il 12 settembre 1999 (un giorno prima che, in seguito a una serie di esplosioni nucleari, la luna uscisse dalla sua orbita...) e la partita era Arsenal Taranto – Taurisano (campionato di serie D, girone H). Vinse il Taranto 2-0, e fra le note si legge “la partita comincia con 45’ di ritardo perché il Taurisano aveva dimenticato i documenti dei giocatori in sede”. Ma venivano da Taurisano o da Durazzo? Clandestino.
Il Capitone. Nel primo tempo tocca la palla più con la testa e con le mani (rimesse) che con i piedi. Quando inizia a toccarla anche con i piedi (secondo tempo) si capisce che avrebbe fatto meglio a continuare come prima. Nell’episodio della barriera lui e Savio parlano due lingue diverse. E dire che Taranto e Matera distano solo 70 Km. Babel.
Pippo. Il suo è un gioco essenziale e ruspante, come è giusto in un campo da oratorio.Viva il parroco.
Il Mister. “San Francesco e Santa Chiara” più che il nome del nostro spogliatoio è un assaggio del “rosario” sgranato dal Mister nei 35 secondi impiegati per andare da Novara a Lucernate. Limitati i danni con i futuri suoceri, vince su un campo difficile. Difficile soprattutto da raggiungere. P-rho-mosso sposo.
mercoledì 20 febbraio 2008
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