Savio. Perforato più del Sasso Barisano, si colpevolizza più del dovuto e si giustifica oltre il credibile (la mano... i tacchetti... le cavallette!!!). In pratica se la canta e se la suona da solo e di solito non pulisce il water. Ottimi i duetti in spagnolo col mister avversario ("Yo hablo Castellano...", sottinteso "mica quella specie di dialetto che parli tu, centroamericano di merda!"). Passion.
Pietro Soprano. Corre e si batte come un indemoniato, ma non riesce a esorcizzare i falli laterali. Rimessa nera.
Gianluca. Autore delle memorabili pagelle inventate, subisce un’ammonizione altrettanto inventata prima di uscire per i soliti malanni muscolari. Legge del contrappasso.
Pablo I. Protagonista nel bene (lanci lunghi e morbidi, il tentativo di uccidere il portiere avversario) e nel male (lo sfortunato autogol e qualche incertezza di troppo). Digao.
Cesare. Le lezioni di fisica di Dino gli svelano i segreti dell’accelerazione delle particelle. Così, a dispetto dell’alta statura, è l’unico a stare dietro negli scatti ai nani salvadoregni. Cesare Fiorio.
Germano. Eccezionalmente voto: 8 (così Savio mi lascia in pace). Proposto inizialmente sulla fascia (il suo ruolo originario) senza sfigurare, torna al centro della difesa, dove fa vedere le cose migliori. Anto-Pan-ucci.
Alvaro. Galvanizzato dal gol nella partita precedente e dalla predominanza dell’idioma ispanico in campo, mostra numeri di alta scuola e grande condizione fisica. In crescita costante, gli manca solo un po’ di continuità in più. Furia rossa.
Alberto Oliva. Dopo tanti tentativi su punizione o su azione, segna incredibilmente su calcio d’angolo, sia pure con l’evidente complicità del portiere avversario. Palanca.
Nicola. Gregario sì, ma di lusso. Brocchi.
Pablo II. Scatti brucianti, lampi di classe e qualche pausa. Si procura un rigore con la palla che cambia direzione a novanta gradi. Lavezzi.
Arturo. La doppietta stavolta è servita su rigore. Progressioni impressionanti e qualche impaccio nel fango. Il titolo di capocannoniere dovrebbe essere ancora suo. Undici metri sopra il cielo.
Ciobo. Prestazione sottotono: non vede la porta, non litiga coi compagni, non semina zizzania fra gli avversari (“Dieci, perché fai così?!”). Andropausa di riflessione.
Charlie. Impegnato nel lancio della versione spagnola del suo best seller "Carlitos, como tú sólito no has entendido un coño" (traduzione a cura di Cospito-Miron), sfodera un’ottima prestazione, dimostrando che almeno sul campo qualcosa ci capisce. Slogan.
Gabriele. La panchina gli sta stretta. Quando entra, rivendica un ruolo da protagonista procurandosi il secondo rigore. Stuntman.
Dino. I primi venti minuti della squadra, con tutti i sostituti in campo, gli fanno temere una lungodegenza in panchina. Così, quando viene chiamato in campo dà il meglio di sé con contrasti, tiri ed assist, dimostrando di poter dire anche lui la sua. Vecchia guardia.
Alby Anguilla. Sbaglia sul secondo gol subito. Col senno di poi, vista anche la percentuale tiri/gol degli avversari, avrebbe dovuto giocare in porta. Fuori posizione.
Marco Citro. Andando contro la sua fede milanista, la vittoria del Salvador, in maglia rossonera, proprio non la digerisce. Citro-sodina.
Il Capitone. "El Salvador" lo vede solo sulla traversa, in compagnia dell’Arcangelo Gabriele, dopo il terzo scatto all’inseguimento dei sette nani. Quando si avventa su un pallone che spiove dalla stratosfera gridando alla Fantozzi "Lo prendo io!" si teme che possa sprofondare nel fango. Per fortuna lo manca. Scapolo-ammogliato.
Il Mister. La striscia di risultati utili consecutivi si interrompe. Di coca invece sembrano esserci ancora buone scorte. Antidoping.
Sceriffo. Questa volta abbiamo coinvolto nello scherzo anche Palmisano, perciò il comunicato ufficiale riporta lo stesso risultato di queste pagelle. Gli abbiamo detto di aver subito quattro gol per farlo illudere di essere importante, ma il vero risultato non lo saprà mai. Ignaro.